Archivio per Febbraio 2008

naftacafè

Febbraio 28, 2008
ArteStudio presenta
In collaborazione con Ministero della Giustizia, Dipartimento Salute Mentale della ASL ROMAB, CIR Vittime di tortura, Università di Roma Romatre, Città di Tiro, campo profughi di Burj Ash-Shamali
LA COMPAGNIA DEL CANE PEZZATO in
naftacafè   da Bachmann Panikkar Nishida
teatro metropolitano e vulnerabilità al tempo della globalizzazione
in scena dal 18 al 23 marzo al teatro Parioli
Testo e regia
RICCARDO V. DELLA PIETRA
Con Riccardo della Pietra, Benedetta Montini, Alì Soudi, Laura Sampedro, Apo Zuveric, Laura Cismic, Marco Barsotti, Roberto Marinelli
e con Marco Moro (percussioni) Luciano Cologgi (chitarra) Isidoro Santoro (sax tenore)
Storia dell’ultima pompa di benzina prima del deserto. L’ ultima goccia di nafta e l’ultimo pezzo di carbone prima del declino del patriarcato e la fine dell’epoca dei combustibili fossili.
Scene, musichette, stupidaggini ed esercizi filosofici in una perfomance extraurbana africana, siciliana, araba dove gli accampati abitano un paesaggio segnato dalle mappe dei pozzi petroliferi in estinzione e intanto ripassano le parole dei poeti, dividendosi invece dell’oro nero, la sabbia delle discariche e le carte di credito rubate al mercato.
Insomma, al tempo del passaggio delle genti, una compagnia teatrale meticciata si fa battello e diventa mestiere del cammino. Tutto comincia con una rincorsa audace fino all’africa, all’india; fino a dove l’oriente comincia con l’occidente, fino a dove l’ occidentalismo si mischia e si divide dall’ islamismo.
“Pour une poetique de l’evenement” traduciamo a teatro “per una poetica dell’evento”.
La performance è un mosaico musicale che comincia dalle migrazioni delle anguille.
Una borsa che pazientemente custodisce e seppellisce storie. Un breviario teatrale per attore, musicista e caffè. Una prova. Il silenzio prima della parola, il racconto prima del discorso, la pagina bianca prima dello scritto, il vuoto prima della forma. La vicenda è nota. Mette assieme i segni e le tracce di una mappa del nostro tempo dove tutto ormai è sconosciuto. I personaggi  segnati sul muro sono la dea guida della strada, la ragazzina che legge il volo delle cicogne e le maree, il filosofo, il capocomico che balla l’ Acapulco di Elvis Presley, quattro fratelli nati tutti in fila, lo stupito e la stupita.
L’incertezza allora, il lavorìo artistico rispetto allo spettacolo, la relazione invece che l’esibizione.  Il pozzo di petrolio diventa un luogo di passaggio e di incontro fra oriente e occidente. Nascere e morire, mischiarsi con consapevolezza. Come il mare che mischia l’acqua col sale e si inchina ai piedi e alla pazienza del monaco Ireneo che tenta pazientemente la cura degli uomini. E intanto al riparo del gioco del teatro, gli attori mettono in prova i pericoli del cammino e della vita; si raccontano e si innamorano, si perdono e si trovano,  si feriscono per finta e muoiono per davvero.
E’ sicuro che dal dentifricio all’ombrellone, dalla pappa alla cremazione, strada dopo strada dipendiamo in tutto e per tutto dal petrolio.
Così come è sicuro che prima o poi finirà.
Non si è ancora esaurito, il petrolio, nonostante il grande consumo, forse non abbiamo toccato il picco, ma sappiamo che l’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre.
La fine del petrolio diventa così in questa performance di teatro attuale  l’atlante del nostro tempo a venire.  Dove in un campo aperto, spazzolato dalle parole dei filosofi e dei poeti, i nuovi abitanti dell’incertezza, meticciano  sapientemente oriente e occidente, lingue e sottane, sigarette e benzina.
LA COMPAGNIA
Lo spettacolo è realizzato con la Compagnia IL CANE PEZZATO, una compagnia teatrale multietnica nata dall’attività di ArteStudio (Teatro India, Oresteia21, dicembre 2005).
La Compagnia mette assieme attori professionisti e persone provenienti da varie situazioni dove lavora ArteStudio: dal carcere ai villaggi profughi palestinesi in Libano, dai campi rom ai disabili mentali fino ai rifugiati politici, in collaborazione con l’Università Romatre.
Lo spettacolo è dedicato alla questione dell’ Escluso e dell’ Altro al tempo della globalizzazione.
ArteStudio lavora da trenta anni nell’ ambito della cultura realizzando iniziative in maniera continua e stabile con le maggiori istituzioni.
IL TEATRO VULNERABILE
Per TEATRO VULNERABILE, si intende una forma di arte attuale ed esperienziale realizzato dal cittadino debole e dall’escluso.
Un teatro che possa raccontare  il tema dell’ Altro e dell’incertezza umana al tempo della globalizzazione; ovvero un teatro che intende mettere in prova e in scena un felice passaggio teatrale, dall’escluso all’incluso.
Da una parte il teatro estetico, dall’altra un teatro volto alla formazione di un sistema di relazioni in una dimensione ludica, rituale ed educativa.
Il teatro estetico termina con la messa in scena, l’opera d’arte conclusa, rivelatrice ed esportabile, commerciabile. Il Teatro etico invece sta nella messa in gioco dell’ esperienza individuale, con una attenzione particolare al processo teatrale che precede l’evento. Teatro che è rielaborazione dei vissuti dell’esperienza laboratoriale e che può essere riconosciuto anche come nuovo rituale del nuovo millennio in grado di contrastare la disaggregazione sociale e culturale, e interpretare, inventare nuove forme – tempi e modi – di relazione profonda fra le persone.
Il teatro sfugge al conto e al calcolo, agli accertamenti della ragione, non si fa incontrare al mercato delle merci, non si fa rinviare a più tardi l’esistenza.
Il teatro è come una pallina di riso: necessita di una assimilazione organica e non intellettuale. 
L’io non è chiuso ma bensì aperto ed esposto. Per vulnerabilità umana intendiamo la connessione intima con la nostra dipendenza dagli altri,  la dimensione relazionale dell’essere umano. Teatro Vulnerabile come vulnerabile è l’essere umano (corpo) aperto all’incontro (ferita).
“La mancanza di necessità che questo nostro essere sia vulnerato non lo rende invulnerabile” Agostino. Consegnare teatralmente il corpo – l’essere umano – al vulnus vuol dire potenzialmente consegnarlo alla cura e alla ontologia relazionale.
Il teatro vulnerabile è dunque quello che racconta l’essere umano che accetta la sua propria vulnerabilità. Ovvero, attraverso la performance, si racconta l’essere umano, la unicità e la singolarità del suo essere, e la sua permanente relazione con l’altro.
E in questo si fonda il senso ontologico dell’esperienza umana.
La disattenzione di questa azione ci conduce all’annientamento dell’uomo in quanto essere umano singolare, e la si ottiene figurando un uomo invulnerabile senza bisogno di cure, un fantoccio miserabile. Si intende manipolare la datità in un tutto è possibile, considerando la superfluità degli uomini, non più unici e finiti. Clienti in perenne acquisto di qualcosa perché spaventati dalla guerra
permanente. Si tratta invece di favorire i processi di relazioni interpersonali, 
contro la meccanizzazione e la commercializzazione dell’esistenza, dove il consumo è l’unico atto esistenziale.
Il teatro vulnerabile vuole essere uno spazio sfondo, la chòra nel Timeo di Platone, il Basho orientale, uno sfondo logico, etico, estetico, metafisico, gnoseologico: lo sfondo della relazione soggetto – oggetto, io-tu. Basho come campo dove conoscente e conosciuto sono in relazione.
Il teatro vulnerabile proverà ad essere un teatro della prova, dove assieme all’attore lo spettatore è un partecipante attivo, l’altro attore, che si allena e si prepara ad entrare in scena.